Manibus Magazine

ARTE, MAO E CAPITALISMO

L’arte per l’arte al di sopra delle classi, l’arte al di fuori della politica e indipendente da esse in realtà non esiste (Mao Tse-Tung, Discussioni sull’arte e la letteratura, 1942)

L’economia contemporanea si fonda più sull’immateriale che sulla produzione di beni. Il suo valore si calcola su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, gestione delle diversità e dei rischi. Il mondo dell’arte con la sua economia non può non tenere conto di questi cambiamenti e conoscere l’ambiente circostante, quindi, e adattarsi a esso quando non è possibile modificarlo diventa vitale per non rischiare l’estinzione, per non diventare passato, una storia non più contemporanea.

L’alce irlandese è un esempio perfetto per capire di come non possiamo infischiarcene de ciò che ci sta attorno. L’alce irlandese, che in realtà non era un alce ma un cervo e neppure irlandese ma cinese, era un animale bellissimo giunto a sviluppare palchi di corna di oltre tre metri. Di una bellezza impressionante e innata ma con una visione ombelicale della propria vita che gli ha impedito di accorgersi di ciò che stava succedendo all’ambiente intorno: il mutamento delle condizioni climatiche che portò all’infittirsi delle foreste impedì al nostro cervo cinese di poter attraversare i luoghi in cui generalmente trovava il cibo e lo ha condannato ad una estinzione per ottusità. Ottusità che Emile Zola ritrovava negli uomini tanto da fargli scrivere che i giorni futuri nasceranno liberamente, ognuno ci darà una nuova idea, una nuova forma d’arte, una nuova letteratura… Per questo odio le persone stupidamente serie e quelle stupidamente allegre, gli artisti ed i critici che proclamano scioccamente che la verità di ieri è la verità di oggi. Non capiscono che stiamo andando avanti e che il paesaggio cambia.
Un concetto immutabile di arte non può esistere. A partire dalla sua creazione per arrivare al suo mercato non si può non guardare cosa succede altrove e, prenderne le misure e, perché no, dettare nuovi standard di pensiero.

Il percorso dell’arte e quello della sua economia hanno da sempre subito l’influsso e precorso a propria volta quello del capitalismo e del lavoro. L’esperienza artistica ci rimanda all’analisi delle trasformazioni del lavoro ha scritto Toni Negri in Arte e moltitudo, nel 1989. Le trasformazioni del lavoro ci hanno fornito le chiavi di lettura delle trasformazioni dell’arte.
L’arte è da sempre, quindi, una cartina di tornasole del modello economico e delle sue prospettive. Un esempio lo troviamo proprio in quella specie di big bang che ha dato vita al mercato dell’arte così come lo intendiamo ai giorni nostri. La rivoluzione messa in atto dagli impressionisti con la mostra organizzata nel 1874 contro un sistema reazionario e statico che si rifiutava da anni di ammetterli tra gli “eletti”, infatti, è quella tipica dei lavoratori che diventano coscienti del fatto che quel mondo capitalistico che gli è nemico può essere dissolto e ricostruito su altre basi cogliendo la chiave di produzione riappropriandosene.
Anche Ai Weiwei, artista dissidente cinese, arrivò a dire qualcosa di simile. Lui con Mao Tse-tung non credo ebbe un ottimo rapporto visto che all’età di un anno, nel 1958, tutta la sua famiglia venne prima deportata i un campo di concentramento e poi esiliata per le idee ritenute troppo di destra del padre poeta. Solo 16 anni dopo, alla morte di Mao nel 1978, vennero riabilitati e poterono tornare a Pechino. Nonostante questo, o forse proprio per questo, disse che tutto è arte, tutto è politica. Parafrasandolo potremmo aggiungere che tutto è arte, è politica, è economia. Qualcosa di non distante da quello che disse Mao anche se con ben altri intenti.

L’immagine di Mao ritratto da Andy Wahrol così come quella famosissima di Marilyn, è l’esempio perfetto per vedere come a un certo punto arte e capitale si sono avvicinati fino a un punto di non ritorno tra riproduzione tecnica e riduzione del pensiero. Sono l’espressione di quello che si può definire Realismo capitalista, un riferimento parodistico al realismo socialista utilizzato negli anni Sessanta da gruppi di artisti pop tedeschi.
Le immagini, con la loro voluta incompletezza, distraggono dal pensiero, centrano l’osservatore sui dettagli evitando di farci pensare all’immagine nel suo complesso, mischiano le idee. Mao non è più un leader politico ma una icona pop, Marilyn da donna dei sogni si tramuta in una immagine imperfetta. Rendono, quindi, ciò che è qualcosa un’altra cosa. L’arte, così, diventa un oggetto, l’oggetto diventa mercato e il mercato porta al denaro. E quel denaro diventa arte a sua volta. Una perfetta messa in pratica di ciò che proprio Wahrol aveva detto: Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti.
L’opera d’arte, con la sua rilevante eccezione, è comunque merce in un mercato capitalistico e come tale l’espressione di potenza, capacità imprenditoriale, funzionalità di sistema. Le politiche culturali e in particolare quelle legate al mondo dell’arte sono al centro di un processo di mondializzazione in cui, come per ogni sistema che si sviluppi al di fuori dei confini nazionali, l’azione di governo non si può limitare agli aspetti commerciali di base ma comporta la necessaria attivazione di sostegni alla formazione, allo sviluppo tecnologico, alla creazione di reti.
L’arte è da sempre, quindi, una cartina di tornasole del modello economico e delle sue prospettive. Un esempio lo troviamo proprio in quella specie di big bang che ha dato vita al mercato dell’arte così come lo intendiamo ai giorni nostri. La rivoluzione messa in atto dagli impressionisti con la mostra organizzata nel 1874 contro un sistema reazionario e statico che si rifiutava da anni di ammetterli tra gli “eletti”, infatti, è quella tipica dei lavoratori che diventano coscienti del fatto che quel mondo capitalistico che gli è nemico può essere dissolto e ricostruito su altre basi cogliendo la chiave di produzione riappropriandosene.
Anche Ai Weiwei, artista dissidente cinese, arrivò a dire qualcosa di simile. Lui con Mao Tse-tung non credo ebbe un ottimo rapporto visto che all’età di un anno, nel 1958, tutta la sua famiglia venne prima deportata i un campo di concentramento e poi esiliata per le idee ritenute troppo di destra del padre poeta. Solo 16 anni dopo, alla morte di Mao nel 1978, vennero riabilitati e poterono tornare a Pechino. Nonostante questo, o forse proprio per questo, disse che tutto è arte, tutto è politica. Parafrasandolo potremmo aggiungere che tutto è arte, è politica, è economia. Qualcosa di non distante da quello che disse Mao anche se con ben altri intenti.

Arte e denaro sono entrambi sistemi simbolici il cui valore è intrinseco, assegnato o quantomeno assegnabile. Il loro valore è dettato da una convenzione sociale, da un riconoscimento astratto sempre più radicato in questi tempi di scambi liquidi di denaro e di arte sempre più rarefatta.
Con il tempo l’arte è diventata ostentazione, messaggio politico, status symbol, bene rifugio, racconto sociale, investimento rischioso, complemento d’arredo e valore da tenere in un caveau. Qualcosa che non sappiamo neanche definire, non sempre comprendiamo, che spesso non sappiamo dire perché vogliamo avere e collezioniamo. Ma che inspiegabilmente continua ad attrarci forse perché rimane un linguaggio, qualcosa che in qualche modo, giusto o sbagliato, comunica agli altri per un fine preciso.

di Franco Boccardi
Manibus 2023 a Lecce
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