Manibus Magazine

MANIBUS, LA MOSTRA BIPERSONALE

Alle ex Casermette di Monopoli, spazio dalla storica memoria industriale, Manibus esibisce il risultato del dialogo Arte e Impresa che prevede la connessione tra Artista e Artigiano, Opera e Manufatto, Capacità di visione e Maestria fabrile.

La mostra di Maria Elisabetta Novello e Michele Spanghero è un concerto per voci sole, territorio di esperienza nel quale la materia tesse una narrazione con il suono tra volatilità e struttura, vuoti e pieni, installazioni e sculture, naturale e artificiale. La grammatica di base prende le sue mosse da due macro scritte a parete, retaggio della vita del luogo, che restituiscono, ciascuna, il titolo della mostra personale. Nella vasta area militare dismessa nella quale erano depositati carburanti, si immagazzinavano liquidi infiammabili, si stoccavano bidoni e transitavano mezzi blindati, due avvertimenti accolgono i visitatori: NON BATTETE FERRO CON FERRO PER APRIRE E CHIUDERE I FUSTI, SI PUÒ PROVOCARE UN INCENDIO CON PERICOLO DI MORTE / USARE LA MASSIMA ATTENZIONE NEL MANEGGIO DI FUSTI E BIDONI, SI POSSONO PRODURRE SCINTILLE CAUSANDO INCENDI. E da qui tutto ha inizio. Manibus, con la sua esigenza a incrociare gli sguardi, connettere competenze, valorizzare i talenti, esporre prodotti, innalzare il livello di attenzione. Una macchina che vede nel “dispositivo Arte Contemporanea” la sua leva d’eccellenza strettamente in relazione con le pratiche fabrili e il saper fare con le mani. E gli artisti non sempre sanno fare con le proprie di mani, ma sanno mettere in moto quelle degli altri, hanno il dono del pensiero allargato e riescono a vedere oltre il visibile, posseggono antenne alte e captano la temperatura del mondo. Perché per affrontare l’arte oggi l’artista deve essere Androgino e procedere lungo cinque punti fondamentali: – elevato retaggio culturale – dimenticare a memoria per avere l’energetica genuinità del proprio tempo – avere un’ossessione – sapere esprimere tale ossessione mediante un’opera potente, che intenda comunicare necessità, pensieri e indagini sulla collettività – possedere la capacità di coniugare, nel manufatto artistico, il senso al bello -. Androgino quindi sarà anche l’adattamento, la scena, le modalità e il modo di essere nel contemporaneo di chi vi transita con differenti ruoli, androgino il modo di approcciarsi alle superfici, al campo sportivo in cui si svolge la battaglia che resta il bulimico e saturo perimetro sul e del mondo. Per gli artisti l’equipaggiamento parte da un sistema visivo concettuale da libellula – con occhi prismatici e sguardo a 360° -, dall’elaborazione dell’esperienza, da un percorso individuale e formativo che attiva sempre dei processi di mutazione essendo la bellezza un concetto transeunte. Nella cultura europea la figura dell’androgino entra con la descrizione che ne fa Platone e prosegue attraverso miti e storie per espletarsi nella sua essenza che più attiene alla sfera dell’arte, il Seraphita di Honorè de Balzac, vero mutante in stato avanzato di possibilità. Androgino come primo artista contemporaneo con il dono della specialità, colui capace di espandere l’errore, governare il segno e l’implosione e l’articolazione dell’opera nello spazio ambientale, sociale, relazionale, applicando alle difficoltà il valore aggiunto di una situazione più ampia che tenga conto delle condizioni tra i rapporti, di un apparato sociale certamente corruttibile e forse al collasso e per questo basato sull’ipotesi dell’abbandono.

E la specialità di Maria Elisabetta Novello è provocare un incendio attraverso la presenza perturbante dell’opera, riecheggiare combustioni già avvenute, accendere sguardi e infiammare cuori. E la specialità di Michele Spanghero è produrre scintille mediante la potenza di suoni riverberati in sculture levigate e perfette, alimentare l’emozione attraverso l’ascolto, l’oscillazione, toni sincopati che ci narrano sempre qualcosa di fondamentale. Entrambi usano il grimaldello della curiosità e della poesia, in sintesi una bellezza intrinseca, e riescono a immergerci in abissi inesplorati per spingerci oltre il consueto.

Nello spazio scenico dell’incontro tra opera e pubblico la natura epifanica dell’arte di Novello e Spanghero, la sua capacità di fondare e proporre nuove visioni del mondo, è improvvisa, inaspettata, immersiva.
Se in SI PUÓ PROVOCARE UN INCENDIO vengono celebrate la documentazione del processo, e la materia, valore specifico dell’arte, in SI POSSONO PRODURRE SCINTILLE è il rapporto tra oggetto, suono e percezione che catalizza e disarma.

Elemento emozionale e mentale, svelamento di verità e di conoscenza, ad aprire la mostra è l’azione del fuoco, eco sfalsato dell’autoctono testo a parete. Poi, una terra incognita si apre di fronte a noi, tutta da scoprire.

Nella stanza accanto con la creazione di Michele Spanghero “è accecato l’ascolto”. Una turbolenza vitale non necessariamente ritmica percorre tutto il territorio magico dell’evento artistico, con un volume che attraverso il nostro transito cambia le regole percettive.

Maria Elisabetta Novello
(Vicenza 1974)

Maria Elisabetta Novello ha trovato nella componente strutturale essenziale del suo lavoro, la cenere, il modo di concepire la sua poetica artistica. Lei agisce con segni precari e minimi sugli indizi di memoria antropologica privata e pubblica, sociale e relazionale. Novello raccoglie il suo materiale e lo restituisce silente ma attraversato da un’azione responsabile, con una nuova identità e una nuova immagine. La polvere che usa è importante costituendo essa la sostanza dell’opera, ma prima c’è il pensiero e l’azione che la traduce nella vita reale. Quello che le interessa evidenziare è ciò che si trova nel mezzo tra la sua poetica e il materiale, ovvero tra quello che c’è tra il contenuto e la forma, l’individuale e l’universale, la privata apparizione e la collettività.
L’opera di Maria Elisabetta Novello accoglie un elemento effimero e fuggevole che porta in sé la fragilità del contemporaneo e la bellezza e l’instabilità dell’esistenza stessa. L’opera è interstizio sociale e strumento di rivendicazione del suo essere artista che si confronta con il mondo detenendo la labilità, ma al contempo l’incombenza e l’urgenza della persona che a quell’universo appartiene e per il quale “lotta”.
L’arte esiste nonostante la precarietà del mondo, l’arte è il meccanismo per eludere l’entropia del mondo. Dopo l’etica e dopo l’azione, l’opera è il resto, il residuo di un processo, l’impertinenza, l’apertura di uno spazio di pensiero.

Michele Spanghero

I lavori di Michele Spanghero combinano il suono e le arti visive con un’approfondita ricerca concettuale e sono definiti da un approccio trasversale e un’estetica essenziale. L’impulso creativo nasce come reazione all’enorme quantità di dati che ci circonda, per cui sottrae, isola e rielabora la materia preesistente alla ricerca di un nuovo sistema semantico. L’artista cerca di stimolare il coinvolgimento degli spettatori alterando sottilmente la loro percezione. Il silenzio, la risonanza acustica e le variazioni impercettibili del suono nello spazio e nella materia sono il nucleo della sua pratica sonora. L’attenzione si sofferma su frammenti ed elementi marginali dell’architettura, registrando semplici geometrie di luce, lontano dalle sovrastrutture e informazioni precostituite. Spanghero indaga la relazione tra spazio e percezione attraverso la fotografia, la scultura e il suono.

di Martina Cavallarin
Manibus 2023 a Lecce

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