Manibus Magazine

BE SQUARE

Dopo aver visitato un Museo portiamo con noi le memorie di questa emozionante esperienza. In genere (non necessariamente in quest’ordine) ci si ricorda delle mostre che abbiamo visto, dell’architettura dell’edificio, del bookshop, degli sponsor, dei bagni, del parcheggio. Ma non ci ricordiamo praticamente mai del personale del museo che abbiamo avuto modo di incontrare. Sebbene la nostra mente sia naturalmente tarata per riconoscere ed interagire con gli esseri umani (molto più che con le cose). Insomma il “fattore umano” che è parte della vita e della programmazione di un museo è invisibile, o almeno non passa la soglia del ricordo, svanisce senza lasciare traccia.

Da questo presupposto, nel 2006, è nato il mio progetto “BE SQUARE!”. Il suo scopo è proprio quello di rendere “visibile” l’anima che rende i musei vivi e che ne contraddistingue l’attività e il carattere. L’idea è quella di realizzare uno speciale abito da lavoro (una sorta di “corporate uniform”) che indossato da tutto il personale del museo possa attirare l’attenzione e la curiosità dei visitatori (anche di quelli più distratti). Il personale vestendo per alcuni mesi questo specialissimo abito da lavoro diventa in qualche modo esso stesso “Arte” (il protagonista di una performance collettiva di lunga durata). In fondo un approccio per molti aspetti “aziendale”, o almeno di corporate branding.
Per fabbricare questi abiti, assolutamente pensati e realizzati per essere unici per ogni museo, sono stati disegnati e prodotti degli speciali appositi tessuti. E siccome il tema principale del progetto verte sul concetto di “identità specifica” ho deciso che questi tessuti dovessero ispirarsi a dei motivi che si rifanno al “Tartan”, la famosissima tipologia di tessuto scozzese che per antonomasia certifica l’appartenenza ad un gruppo di famiglie (Clan). Delle vere e proprie Dichiarazioni tessili di Identità. Cosi, per realizzare il mio progetto, mi sono trovato davanti alla necessità di avere a che fare prima con aziende del settore e poi con aziende del settore moda in grado di confezionare quello che avevo in mente

Inizia dunque una intensa fase di interazione ARTE/IMPRESA. La Fondazione Bonotto (si trova a Molvena in provincia di Vicenza) si è messa a mia disposizione per seguirmi nella produzione delle stoffe, coinvolgendo a sua volta diverse aziende a lei in diversi modi legate. I Tartan, da me ideati seguendo la mia visione, non dovevano essere il simbolo di una identità perfetta e cristallina, quanto piuttosto l’icona di un pattern identitario controverso ed in continua evoluzione. Dunque i Tartan di BE SQUARE! sarebbero dovuti essere solo in apparenza otticamente omogenei e regolari (come ci si aspetta di solito da questi pattern), ma in realtà pieni di piccoli difetti di minime dimensioni. Le cose non sono mai come appaiono… L’epifania insomma di una identità imperfetta. Si trattava in pratica di “far sbagliare” dei sofisticati e precisi telai numerici costruiti proprio per non commettere errori. Un paradosso tecnologico e concettuale. Fa venire in mente il mito di Giotto bambino che per dimostrare la propria assoluta abilità artistica (in età Medioevale) disegna a mano libera un cerchio perfetto, emulando l’implacabile precisione meccanica del compasso: nel mio caso l’abilità (nella cosiddetta Tardo Moderna) sta nel rendere volutamente impreciso un sofisticato macchinario. Malgrado la grande disponibilità dei proprietari e del personale, una sorta incubo per delle aziende che sono state pensate e gestite (giustamente) per funzionare al meglio. Non è stato in effetti facile all’inizio: far sbagliare una macchina è un controsenso logico che sfiora la perversione. Ma si sa come sono ‘sti artisti…. Poi si è iniziato, attraverso molti pazienti test, a veder nascere le prime prove di Tartan imperfetti. Cioè di tessuti regolari affetti da un certo grado di irregolarità. Ne sono stati prodotti in lana, in cotone, in fibra sintetica, in seta. I colori di ciascuno, in qualche modo, sono legati alle tradizioni della Città/Regione dove si trova il Museo in questione.

BE SQUARE! è in progress e continua ad accompagnare i Musei di Arte Contemporanea. Dopo la Kunsthalle Wien, il Baltic di NewCastle/Gateshed, il MACRO di Roma e la GAM di Torino, la prossima tappa è la Fondazione ARKAS a Smirne (TR). Gli outfit che li accompagnano (e che li hanno accompagnati) sfoggiano orgogliosamente ognuno il suo Tartan. La storia produttiva degli abiti merita un racconto per suo conto (lo teniamo da parte per la prossima volta).
Uno dei casi più complessi da risolvere è stato il primo, quello disegnato per la Kunsthalle Wien nel 2008. Un tessuto di lana direttamente legato all’Unione Europea. Sì, l’Unione Europea si è fatta realizzare da una ditta Scozzese nel 1999 un suo proprio Tartan: Blu, Giallo (i colori della bandiera dell’Unione con in più la presenza minoritaria dei colori Rosso e Bianco). E io ho deciso di ispirarmi al suo pattern (opportunamente reso “incerto”) per la prestigiosa istituzione artistica viennese. Per realizzarlo tecnicamente è stato necessario fare un doppio tessuto abbinato. Una cosa piuttosto complessa che ha stressato non poco i tecnici dell’azienda coinvolta. Ma il risultato è stato eccellente e BE SQUARE! un grande successo che ha celebrato il decennale della Kunsthalle. Gli abiti (ispirati agli anni ’30 del secolo scorso) confezionati con questa stoffa sono talvolta ancora indossati volontariamente dal personale del Museo (era previsto, nel 2008, che fossero indossati continuativamente per 4 mesi). Il direttore di allora, Gerald Matt, mi ha privatamente confessato di recente che si diverte con grande piacere ad indossarlo ancora in occasione di qualche evento pubblico a cui è invitato.

Ma la cosa più notevole in termini di ARTE/IMPRESA è forse questa: gli sforzi fatti da chi, aiutandomi con grande generosità, ha partecipato al progetto BE SQUARE! hanno prodotto degli effetti positivi molto interessanti (e probabilmente anche inaspettati). I campioni del Tartan “sbagliato” fatti grazie alla Fondazione Bonotto e visti per caso da dei clienti in visita hanno scatenato curiosità ed entusiasmo. Alla risposta: “sono solo delle prove”…C’è chi ha chiesto: “ma perché non produci per me dei tessuti con lo stesso concetto, ovvero imperfetti”….E così, in una specie di imprevedibile serendipity, gli esigenti guru della moda hanno iniziato a deliziarsi dell’improbabile sbaglio fatto dal telaio. Qualcuno ha citato il concetto di Wabi-Sabi, la divina imperfezione cara alla cultura estetica giapponese. Qualcun’altro ha portato in evidenza il fatto che lo sbaglio è la prova provata della presenza della mano umana nel processo produttivo. Altri hanno amabilmente trovato questi campioni una “proposta creativa geniale”….
La morale del breve racconto di questa mia esperienza è abbastanza evidente. La logica ARTE/IMPRESA non è a senso unico.
Da una parte la disponibilità delle aziende a collaborare con gli artisti rappresenta una grande risorsa per la comunità e il territorio (oltre che ovviamente per gli artisti) in quanto l’iniziativa industriale privata (anche semplicemente nella sua natura di sponsor tecnico) sopperisce nel nostro paese alle croniche carenze finanziarie ed organizzative delle Amministrazioni pubbliche. In altre parole: in Italia senza l’aiuto delle imprese la produzione artistico-culturale (soprattutto quando riguarda installazioni e progetti di grandi dimensioni) è un’avventura quasi impossibile. Una missione, quella delle imprese italiane, che potremmo definire come una sorta di “sublime condanna”.
Ma anche le bizzarre, impossibili, “sbagliate” visioni dei creativi, libere dalle classiche logiche produttive e commerciali, possono offrire prospettive assolutamente inedite (e per certi versi preziose) all’imprenditore. Le logiche aziendali tradizionali spesso faticano ad avere ragione di una agguerrita concorrenza. Il “pensiero laterale” che gli artisti amano, con alterne fortune, praticare può diventare vera e propria risorsa in questo caso. Una specie di “rimborso simbolico” che ripaga (almeno in parte) la generosa disponibilità delle aziende Italiane. I dirigenti di molte industrie dovrebbero cercare di frequentare più spesso gli studi degli artisti: a volte una visita può valere come un bel corso di formazione.

Naturalmente non si mangia ma si resiste all’appetito fino al termine della visita. E in fondo ci si nutre anche del bello o delle emozioni. È normale ripercorrere più volte lo stesso percorso durante la visita ma bisognerebbe avere l’accortezza e l’educazione di non sostare per troppo tempo davanti all’opera. Cosi come bisognerebbe evitare di camminare davanti ad altre persone mentre queste stanno osservando.
Può capitare di ricevere delle telefonate mentre siete intenti a guardare la mostra. Rispondere al cellulare non solo disturba la concentrazione delle persone ma rovina anche la nostra esperienza. Pensate che al Metropolitan Museum di New York non è permesso rispondere alle telefonate nemmeno nei corridoi.
Cosa essenziale a cui prestare attenzione mentre si cammina tra le opere sono le zone delimitate, ai cartelli di divieto o a quello che si potrebbe trovare per terra legato all’esposizione. Le opere spesso sono allarmate e il fischio acuto d’allarme è sempre imbarazzante. camminate o vi muovete con le borse.
Altro aspetto riguardo la soglia di attenzione sono le pareti. Semplice: i muri servono per ospitare le opere esposte. Anche se dovessero esserci degli spazi vuoti, è buona regola non appoggiarsi con il proprio corpo per evitare di urtare in qualche modo i quadri. Se la stanchezza incombe, è più opportuno prendersi qualche minuto di pausa sedendosi sulle apposite sedie.
Quando siete invitati a una inaugurazione l’abbigliamento deve essere adeguato perché avete un’occasione in anteprima rispetto al pubblico che andrà a visitare il luogo i giorni successivi. Il primo giorno di esposizione a numero chiuso è un evento che può assumere varie forme e, di solito, ha lo scopo di permettere ai critici d’arte e ai collezionisti di conoscere gli artisti (se viventi di solito presenziano) che espongono le proprie opere nella mostra. Viene chiamata anche vernissage ma sapete perché? La parola francese è un tipo di vernice trasparente, utilizzato per proteggere alcuni tipi di dipinti dagli agenti atmosferici e dall’usura. La stesura del vernissage su un dipinto è l’ultimo atto della creazione del dipinto stesso. Nel passato, qualche giorno prima dell’apertura delle mostre ufficiali di alcune istituzioni gli artisti applicavano il vernissage sulle proprie opere e invitavano amici e mecenati ad assistere all’importante momento del completamento delle opere. Questa tradizione si è successivamente evoluta in un’occasione mondana, il cui scopo fondamentale è la promozione dell’operato dell’artista. Negli ultimi anni viene creato anche un evento speculare al vernissage chiamato finissage che è invece la conclusione della mostra. Ed anche dell’articolo.

di Antonio Riello
Manibus 2023 a Lecce
MACHETTE_IgloRent_

Condividi l’articolo